In relazione alla condanna della Corte di Appello di F. P. per
la coltivazione sul balcone di casa di 8 piante di canapa nel 2005,
con la giustificazione di utilizzare tale droga per curare una
sindrome fibromialgica, il Dipartimento Politiche Antidroga
così interviene.
Per dovere di chiarezza, si deve precisare che il reato di
coltivazione di sostanze stupefacenti, sulla base del quale, nel
2005, è stato condannato il signor F.P., non è stato affatto
introdotto dalle legge di riforma del Testo unico in materia di
sostanze stupefacenti che porta il nome dell'On. Fini e dell'allora
Ministro Giovanardi ma era già previsto nella formulazione
previgente dell'art. 73, come modificato dalla legge26 giugno 1990
n. 162 (cosiddetta Iervolino-Vassalli).
Peraltro, successivamente al 2006, con due chiarissime pronunce,
a sezioni Unite (Sentenze delle Sezioni unite penali, 24 aprile
2008, n. 8 "Di Salvia" e n. 10 "Valletta), la Suprema Corte di
Cassazione (e non il Legislatore!)" ha ribadito la illiceità penale
della condotta di coltivazione, prescindendo dal numero di piante
messe a dimora, dalle modalità di coltivazione e dalla destinazione
all'uso personale del "raccolto".
Si condivide comunque pienamente quanto riferito dal pm Marika
Ponziani nell'udienza dello scorso 24 Febbraio che si è
svolta presso il Tribunale di Chieti: "il contenuto di principio
attivo nelle piante sequestrate sul balcone di F.P.
certamente superava le sue necessità mediche ed il limite previsto
dalle tabelle, non lo autorizzavano comunque a violare la
legge. Le condizioni di salute di P. non rendono lecita
la detenzione della cannabis, tanto più che il reato di
coltivazione, confermato dalla Cassazione - Sezioni Unite - è
previsto anche per una singola pianta".
Si sottolinea che anche nel 2005 epoca del fatto, la persona
interessata del provvedimento poteva scegliere se acquisire la
sostanza stupefacente attraverso il canale medico di accesso
istituzionale (restando nella legalità) che consentiva
l'acquisizione di tali farmaci ai fini di cura - rigorosamente dopo
prescrizione medica, o (violando consapevolmente la legge)
intraprendendo quindi una coltivazione domestica e illegale di
piante di cannabis.
Va chiarito che questa seconda scelta è stata effettuata da F.P.
in un periodo, quello di giugno 2005, dove era possibile
l'importazione di Bedrocan come avvenuto anche per altri pazienti e
come addirittura precedentemente fu fatto dallo stesso F.P. che,
successivamente però decise di abbandonare l'iter
legale e dedicarsi alla coltivazione illegale in proprio della
cannabis.
Il Dipartimento chiarisce che è pienamente convinto che sia
necessario poter mettere a disposizione dei malati i farmaci a base
di THC solo però per le indicazioni mediche previste ed approvate e
come farmaci di seconda scelta rispetto ad altri presidi
farmacologici che si sono dimostrati più attivi e comunque sempre
ed esclusivamente su prescrizione medica. Il DPA è anche
d'accordo e sta operando in tale senso in collaborazione con
il Ministero della Salute, affinché vi siano procedure più
snelle e che le regioni possano concedere tali terapie, se
necessarie, gratuitamente ai pazienti.
E' comunque totalmente da escludere, per ragioni di sicurezza e
di qualità e stabilità dei farmaci (legata all'obbligo di
assicurare ai malati prodotti realizzati con tecniche e
modalità di controllo sulla base di standard
famacologici internazionali), la possibilità di introdurre la
coltivazione domestica, lasciando quindi all'auto-cura e al "fai da
te" sia la produzione dei principi attivi che il trattamento
di patologie gravemente invalidanti e particolarmente serie.
Proporre l'introduzione di queste coltivazioni non controllate
e l' auto-somministrazione fuori dal controllo medico di
piante con principi attivi in grado di produrre, oltre che supposti
benefici per i pazienti malati, comunque importanti effetti
collaterali e fenomeni di abuso, è proporre di tornare al medioevo
e lasciare spazio a strumentalizzazioni demagogiche sulla malattia
delle persone nel tentativo di far passare un'
inaccettabile liberalizzazione della cannabis per usi
voluttuari. Il DPA pertanto rigetta totalmente l'accusa di
"accanimento contro i pazienti" che vengono usati in questo
caso come scudi umani, per giustificare la politica
antiproibizionista che arriva addirittura ad apostrofare come
"assassino" o "nazista" chi in realtà sta combattendo giornalmente
contro la diffusione delle droghe e per la difesa dei diritti dei
malati compresi i tossicodipendenti.