La conoscenza del Sistema Nervoso Centrale, struttura,
funzionamento e processo di sviluppo, è di fondamentale importanza
non solo per medici e ricercatori in ambito scientifico ma anche
per gli educatori. Il rapporto tra la biologia del Sistema Nervoso
Centrale e gli stimoli che esso riceve dall'ambiente esterno
possono infatti aiutare a rispondere nel modo più efficace alle
diverse esigenze educative dei singoli soggetti.
Il ruolo che le neuroscienze possono svolgere in ambito
educativo è stato il tema della relazione dell'educatrice
Barbara Filippi del Dipartimento Dipendenze di Verona
(unità di neuroscienze) intervenuta all'ultima sessione del
congresso organizzato dal Dipartimento delle Dipendenze -Ulss 20 -
di Verona in collaborazione con il Dipartimento Politiche
Antidroga della Presidenza del Consiglio dei Ministri, e
soffermatasi, in particolare, "sulla plasticità cerebrale con la
quale - ha spiegato - si intende la capacità e
caratteristica del Sistema Nervoso Centrale di cambiare e
riorganizzarsi in relazione a fattori sia biologici che
ambientali".
Filippi è quindi passata alla spiegazione della
distinzione tra processo genetico e processo epigenetico.
Intendendo con il primo un processo determinato dai geni, con il
secondo un processo che si verifica per l'influenza di un certo
tipo di ambiente. "L'apprendimento e l'educazione -
ha osservato - sono dunque
processi epigenetici resi possibili da una struttura determinata
biologicamente. Questa distinzione - ha proseguito
l'educatrice - sottolinea in maniera chiara come le
neuroscienze siano di fondamentale importanza, in questo ambito,
per offrire ad ogni singola persona le opportunità di miglior
sviluppo possibile.
Da qui il bisogno, per noi educatrici ed educatori, di conoscere
le caratteristiche del SNC e i processi biologici sottostanti il
comportamento, visto il nostro costante contatto con soggetti che
presentano bisogni educativi speciali di vario tipo e, per questo,
necessitano di un'attenzione particolare nell'integrazione tra
apporti biologici e ambientali".
Il concetto di plasticità sostiene quindi una visione
dell'essere umano sotto il profilo del cambiamento che, secondo
Filippi, "può permettere di superare il mero
assistenzialismo e la tendenza alla passività che spesso -
ha concluso - caratterizzano l'agire educativo in
presenza di patologie o varie forme di disagio".