Presentazione
I dati epidemiologici
mostrano come l'utilizzo di sostanze da abuso iniettabili sia il
principale fattore di rischio per la trasmissione del virus
dell'epatite C. Inoltre la presentazione clinica spesso
asintomatica e lo stato psicologico dei tossicodipendenti fanno di
questa popolazione un importante reservoir d'infezione.
Studi condotti nei soggetti
tossicodipendenti hanno evidenziato come l'immunosoppressione
conseguente all'abuso di sostanze possa rappresentare un co-fattore
nello sviluppo e nella progressione verso la cirrosi dell'infezione
da HCV, dal momento che nei meccanismi di eradicazione del virus
dell'epatite C da parte dell'organismo un ruolo centrale viene
esercitato dalla corretta risposta immunitaria sia di tipo umorale
che cellulo-mediata.
Trattare i tossicodipendenti per
l'epatite C rappresenta un importante strumento al fine di
diminuire il numero di nuove infezioni, di trapianti epatici e di
morti per insufficienza epatica. Ciò nonostante attualmente non c'è
un accordo tra gli epatologi sul trattamento di questi
pazienti.
L'alta variabilità nell'outcome della
terapia antivirale, soprattutto in soggetti già immunodepressi per
altre cause, aggiunta alla spesso inadeguata compliance del
paziente, nonché alla tollerabilità della terapia, sembrano
giustificare la scelta di non trattare pazienti CHC (con epatite C
cronica) tossicodipendenti.
Tuttavia, recenti evidenze pre-cliniche
e cliniche sembrano indicare che gli oppiacei a lunga emivita come
il metadone e la buprenorfina sono in grado di ripristinare il
sistema immunitario alterato dall'uso di sostanze stupefacenti e
migliorare anche gli outcome dei trattamenti per HCV.